In questo contesto ha tirato fuori la parola chiave divenuta una
mantra contemporaneo: la casta: «Cari fratelli – ha scandito Bergoglio -
guardando a Gesù e alla nostra madre Maria, vi esorto a servire la
Chiesa in modo tale che i cristiani, edificati dalla nostra
testimonianza, non siano tentati di stare con Gesù senza voler stare con
gli emarginati, isolandosi in una casta che nulla ha di autenticamente
ecclesiale». «Vi esorto – ha poi aggiunto - a servire Gesù crocifisso in
ogni persona emarginata, per qualsiasi motivo; a vedere il Signore in
ogni persona esclusa che ha fame, che ha sete, che è nuda; il Signore
che è presente anche in coloro che hanno perso la fede, o che si sono
allontanati dal vivere la propria fede; il Signore che è in carcere, che
è ammalato, che non ha lavoro, che è perseguitato; il Signore che è nel
lebbroso, nel corpo o nell’anima, che è discriminato!».
Quindi ha concluso: «Non scopriamo il Signore se non accogliamo in
modo autentico l’emarginato! Ricordiamo sempre l’immagine di san
Francesco che non ha avuto paura di abbracciare il lebbroso e di
accogliere coloro che soffrono qualsiasi genere di emarginazione. In
realtà, sul vangelo degli emarginati, si scopre e si rivela la nostra
credibilità!».La credibilità che acquista senso quando la Chiesa sta
dalla parte degli ultimi, e poi il rifiuto del potere e di quella casta
che è il contrario della Chiesa. Questi, quindi, i concetti messi in
chiaro dal Papa, in quella che può essere a ragione definita come una
una delle omelie più importanti del suo pontificato.
Francesco ha usato toni particolarmente duri proprio perché, in
questi due anni, ha potuto vedere con i propri occhi fino a che punto il
sistema ecclesiale romano e non solo fosse avvitato su sé stesso:
prelati, cardinali, apparati di Curia che resistono al cambiamento sia
sul piano pastorale, - la scarsa attenzione rivolta agli offesi, agli
emarginati, ai non credenti, a quanti hanno perso la fede, ai
perseguitati - che su quello organizzativo dove prevale la paura di
perdere posti e privilegi. Di fatto il Papa che voleva snellire la curia
romana, metterla al servizio dei vescovi sparsi nel mondo, eliminare
progressivamente le porpore in Vaticano, sta incontrando una opposizione
che gli impedisce di fare in fretta. Di fronte ha una palude che ogni
tanto alza la testa, ruggisce, rivendica la “dottrina tradizionale”, si
oppone alla Chiesa aperta che accoglie anche i divorziati, le coppie di
fatto, i separati, gli omosessuali, prefigurata da Francesco. E, pure se
non ha il coraggio di dirlo in modo esplicito, detesta il primato del
'sociale' voluto dal papa argentino con la sua perseverante critica al
capitalismo finanziario e la scelta di mettere i carcerati, gli
immigrati, i poveri, prima della bioetica.
Nel frattempo però papa Francesco, che è pur sempre un gesuita, un
po' di cose le ha cambiate lo stesso e anzi si tratta di passi avanti
sostanziali. In particolare ha allargato il collegio cardinalizio sempre
più al sud del mondo e e ha ristretto il numero dei porporati europei,
le nomine di cardinali curiali inoltre sono ormai ridotte al minimo.
Così ora in un eventuale conclave le berrette rosse con diritto di voto
(meno di 80 anni) extraeuropee – si va dal nord al sud America, passando
per Tonga, il Myanmar, l'Etiopia e la Nuova Zelanda – sono in
maggioranza rispetto ai cardinali europei, 68 a 57. Insomma, il futuro
della Chiesa appare segnato: si guarda all'Asia e alle Americhe.
La prossima tappa, poi, è il sinodo sulla famiglia di ottobre, quello
probabilmente sarà lo snodo decisivo. Se la linea del Papa di una
chiara apertura della Chiesa alla comprensione della condizione umana
contemporanea, in tutti i suoi aspetti, avrà un consenso ampio, a quel
punto il resto verrà più o meno da sé. E' un fatto del resto, che
Bergoglio deve fare un passo per volta, non ha moltissimo tempo davanti:
ha già 78 anni e non farà il papa 'a vita', queste almeno le intenzioni
dichiarate, quindi è probabile che prima o poi si dimetterà come
Benedetto XVI. Dunque dopo il sinodo entrerà nel vivo anche la riduzione
dei dicasteri vaticani.
D'altro canto si tratta di riscrivere una Costituzione, sia pure
apostolica, che in questo caso si chiama “Pastor Bonus”, cioè il
documento promulgato da Giovanni Paolo II nel 1988 che stabilisce
regole, funzioni e armonia istituzionale fra i vari organismi centrali
della Chiesa. La costruzione messa a punto da Wojtyla si basava già
sulle solide fondamenta della riforma impostata da Paolo VI (Regimini
ecclesiae universae) che di fatto aveva accresciuto e potenziato il
ruolo della Segreteria di Stato, divenuta negli anni il vero motore del
Vaticano. La linea del papa è chiara: sburocratizzare, ridurre,
accorpare e sopratutto trasformare le potenti congregazioni vaticane
guidate da cardinali che formavano una sorta di corte, in strutture al
servizio delle chiese locali, dei loro problemi, capaci di intervenire
per supportare gli episcopati locali.
Un cambiamento radicale destinato a metter in crisi abitudini,
prebende, tradizioni e piccoli potentati della cittadella vaticana ma
anche, più in generale, un'idea di Chiesa. Bergoglio in realtà un colpo
come si deve in materia di riforme lo ha messo a segno fin da subito,
pochi mesi dopo essere stato eletto. E' ormai famoso infatti il
cosiddetto C9, il consiglio dei cardinali del Papa che nel frattempo è
diventato il vero centro di governo della Chiesa universale. E si
tratta, per altro, di un classico organismo collegiale, funziona infatti
una sorta di consiglio dei ministri del pontefice. In questo gruppo
troviamo molti degli uomini chiave del pontificato di Francesco: il
Segretario di Stato Parolin, il prefetto della Segreteria per
l'Economia, il cardinale australiano George Pell, l'americano O' Malley,
cioè il cardinale cappuccino che preside la pontificia commissione per
la protezione dell'infanzia (il dicastero della lotta contro la
pedofilia nella Chiesa); il cardinale tedesco Marx a capo del Consiglio
per l'economia, organismo misto di prelati e laici che traccia gli
indirizzi economici della Santa sede in sintonia con la Segreteria per
l'economia. Ancora nel C9 c'è il cardinale Maradiaga, il coordinatore
del gruppo, voce autorevole nel descrivere il nuovo modello economico e
sociale contrario alla globalizzazione finanziaria, tracciato dal papa.
E' all'interno di questo gruppo che sono stati discussi tutti i dossier
più delicati – la riforma economica la risposta agli abusi sessuali, la
stessa riforma della Curia.
Il progetto di Bergoglio, tuttavia, è anche più ambizioso:
l'obiettivo infatti è quello di assegnare al sinodo, cioè all'assemblea
di vescovi delegati di tutti i Paesi, poteri sempre più ampi vale a dire
non solo consultivi ma decisionali. Ancora un ruolo crescente
dovrebbero avere le conferenze episcopali continentali e nazionali. Sono
proprio queste le opzioni che spaventano maggiormente l'ala
conservatrice. Finirebbe in tal modo il super potere romano, e
nascerebbe una Chiesa collegiale in cui le voci locali hanno
un'importanza decisiva.