Visualizzazione post con etichetta Bagnasco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bagnasco. Mostra tutti i post

mercoledì 2 marzo 2011

Bagnasco: "Clima avvelenato, basta scontri"

 «L’equilibrio di per sé è una virtù...». Non si scompone per nulla il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, di fronte alle critiche di chi, sperando che la Chiesa contribuisse a dare una spallata al premier, ha giudicato troppo «equilibrate» le parole da lui pronunciate un mese fa sul caso Ruby. Non si scompone, e continuando a sfiorare l’anello cardinalizio che Benedetto XVI gli ha donato, guarda oltre. Chiede al mondo della politica e delle istituzioni di porre fine alla delegittimazione reciproca che avvelena il clima e rischia di essere senza ritorno. Ricorda ai cattolici che non può esservi «contrattazione» su valori come la vita, la famiglia, la libertà di educazione. Ribadisce che il disegno di legge sul fine vita va sostenuto perché «corrisponde al buon senso». Chiede che l’Europa sia presente in modo «adeguato, tempestivo ed efficace» nell’aiutare l’Italia a fronteggiare l’ondata migratoria dal Nord Africa e invita a «vigilare» perché questi flussi non abbiano «un impatto devastante» sugli equilibri interni del nostro Paese.
Eminenza, nell’ultima prolusione lei ha parlato di «fibrillazione politica e istituzionale» e di poteri dello Stato che «si tendono tranelli». Ha chiesto a tutti di auto limitarsi. Le sue parole sono state ascoltate?
«Per la verità, personalità diverse quanto a collocazione politica e sensibilità culturale mi hanno fatto capire di condividere la stessa preoccupazione per i “tranelli” da evitare. Si sta producendo una delegittimazione reciproca e se non si sta attenti potrebbe essere troppo tardi qualora si decidesse di tornare a maggior senso delle istituzioni. La gente, dal canto suo, ha a che fare ogni giorno con questioni molto concrete e decisamente esigenti. Francamente non merita di dover assistere a questo spettacolo che sembra riprodurre il genere urlato di certi dibattiti televisivi, dove chi alza di più la voce vorrebbe dimostrare di aver ragione. La fibrillazione politica ed istituzionale non avvantaggia la società e rischia di creare un clima avvelenato che rende insicuri e, alla lunga, intolleranti».
Che cosa preoccupa di più la Chiesa in questo momento, guardando all’Italia?
«La preoccupazione di fondo è che una visione edonista della vita abbia la meglio, mortifichi la dignità personale, e corrompa le energie migliori del nostro Paese. Siamo tutti avvertiti del fatto che una certa cultura della seduzione ha introdotto una mentalità, e ancor prima una pratica di vita, dove sono state messe al bando parole come sacrificio, impegno, disinteresse, e tutto sembra diventare moneta. Questo ha indotto anche tra i giovani falsi miraggi: la rincorsa alla vita facile più che il bene, cercare l’utile più che il vero, inseguire l’effimero anziché ciò che dura. Oggi, di fronte alla crisi economica, ci si rende conto finalmente che non si può continuare come se nulla fosse. Il problema va affrontato però alla radice perché dietro la crisi si nasconde una difficoltà più profonda: senza valori veri e condivisi, e senza passare dalla semplice difesa dei propri interessi alla salvaguardia del bene comune, non si riesce a far crescere un popolo».

Lei ha detto che quanti assumono un mandato politico devono essere coscienti della sobrietà e dell’onore che esso comporta. Ha però sollevato anche la domanda sull’«ingente mole di strumenti di indagine» messi in campo per il Rubygate. L’hanno accusata di essere troppo equilibrato: come risponde?
«L’equilibrio di per sé è una virtù, l’equilibrismo no. Nel primo caso si tiene in conto della complessità dei fattori in gioco, nel secondo si cerca solo la quadratura del cerchio. È una questione di responsabilità. Ora il problema morale è fin troppo evidente perché venga piegato a beneficio dell’una o dell’altra fazione politica. La coerenza personale e il rispetto delle regole, sono la condizione necessaria per lo sviluppo di una democrazia, il cui scopo ultimo - che la giudica e la misura - resta il raggiungimento effettivo del bene comune: questo non è solo di tipo economico».
Come giudica le manifestazioni di piazza in difesa della dignità della donna?
«Mi sembra che la donna ancor oggi viva, nel mondo occidentale, una situazione inadeguata a motivo del ricorrente sfruttamento del corpo femminile, come di persistenti diseguaglianze sul piano sociale ed economico. Rimane il fatto che la situazione potrà cambiare solo assumendo la reciprocità tra i sessi come una scelta matura e non polemica, facendo emergere ciascuno la propria specifica sensibilità, senza indebiti livellamenti. Reciprocità vuole pur dire che la dignità della donna si salvaguarda “insieme”, e cioè con il rispetto necessario che l’uomo deve alla donna e con quello che la donna deve a se stessa».
Molti degli odierni difensori della moralità sono stati paladini della più totale libertà sessuale: secondo lei esiste una contraddizione?
«L’augurio è che questa nuova sensibilità non sia ristretta ad una stagione o, peggio ancora, ad una contingenza, ma sappia estendersi ad un impegno educativo di tutti, a cominciare dalle famiglie. In effetti la deregulation morale, cui abbiamo assistito per decenni, secondo la quale non esisterebbero vincoli da rispettare ma solo desideri da realizzare, mostra oggi il suo vuoto e le insostenibili conseguenze. È auspicabile che l’istanza etica, come quelle spirituale e religiosa che le sono intrinsecamente connesse, crescano in modo stabile nella coscienza collettiva».
Nell’ultima prolusione lei ha riproposto il tema dell’emergenza educativa, invocando una presa di coscienza e di responsabilità di tutta la società. Qual è, a suo avviso, la situazione del Paese?
«L’emergenza educativa non deve far dimenticare il contesto in cui avviene e cioè una crisi epocale, certamente non circoscritta al nostro Paese. Da tempo, dobbiamo riconoscerlo, è venuta meno la convinzione che l’essere umano si costruisce in rapporto alla realtà e non chiuso nella sua individualità. A lungo c’è chi ha pensato che il soggetto, a cominciare dal bambino, trova in sé la sua perfezione e perciò non va disturbato nel suo auto-sviluppo. Così facendo si è persa quella elementare verità per cui la crescita dell’io suppone sempre l’apertura al “tu”, fino a quello stesso di Dio. Quanto all’Italia non siamo stati esenti da questa pesante ipoteca individualista anche se nel dna della nostra cultura c’è una radice, quella cristiana, che fa della relazione e dell’apertura all’altro un suo carattere peculiare. Sono convinto che ancora oggi se sapremo riappropriarci dell’humus profondo del nostro popolo troveremo la strada migliore per integrare una visione antropologica dentro il mutato contesto culturale in cui ci troviamo. Ciò che fa la differenza anche in un momento di rapide trasformazioni e ciò che costituisce il cuore dell’innovazione è sempre la variabile umana, cioè la qualità morale delle persone. Tutto il resto è conseguenza».

Lei ha detto che i cattolici in politica devono trovarsi uniti sui «principi non negoziabili»: sono il criterio con cui scegliere al momento del voto?
«Come più volte mi è capitato di affermare anche di recente i cattolici devono trovare la loro unità in un insieme di valori, il cui tronco principale attiene ai temi della vita, della famiglia e della libertà di educazione. Trattandosi di valori primi, non possono essere ridotti a oggetto di contrattazione, ma esigono di essere accolti come criterio dirimente che aiuti a discernere con nettezza il bene dal male. Da questi beni discendono, come logico corollario, tutta una serie di altri valori come quelli sociali e di solidarietà che oggi esigono risposte spesso tempestive e molto complesse».
Il 7 marzo la Camera discuterà del fine vita. Si moltiplicano gli appelli per abbandonare il disegno di legge che vieta di sospendere alimentazione e idratazione. Perché la Chiesa auspica invece che sia approvato?
«La legge che sta per essere discussa alla Camera non è una legge “cattolica”. Semplicemente rappresenta un modo concreto per governare la realtà e non lasciarla in balia di sentenze che possono a propria discrezione emettere un verdetto di vita o di morte. I malati terminali rischierebbero di essere preda di decisioni altrui. Precisare poi che l’alimentazione e l’idratazione non sono delle terapie, ma funzioni vitali per tutti, sani e malati, corrisponde al buon senso dell’accudimento umano e pongono un limite invalicabile, superato il quale tutto è possibile».
Può dire che cosa pensa della riforma federale del nostro Stato?
«Non sono per partito preso contrario al federalismo anche perché il principio di sussidiarietà fu formulato per la prima volta da un Papa, Pio XI, proprio per reagire ad uno statalismo asfissiante che toglieva peso e responsabilità ai corpi intermedi. La Chiesa, nella sua secolare esperienza, ha imparato a declinare una forte capacità di stare unita, ma attraverso forme di presenza radicate profondamente nei vari territori. Ciò premesso, la riforma federale va vagliata attentamente e va realizzata tenendo a mente che non si dà sussidiarietà efficace senza una vera e continua solidarietà».
Dalla Tunisia all’Egitto alla Libia, cadono molti regimi con conseguenze imprevedibili. Che cosa accadrà? Come faremo fronte all’inevitabile ondata migratoria?
«Quando i diritti delle persone vengono conculcati, prima o poi il popolo trova la strada per ritrovare la sua libertà. Quel che dà a pensare in questo caso è l’enorme tributo di sangue. Ma proprio questo chiama in causa, a maggior ragione, la politica internazionale perché stia attenta e non si distragga dietro questioni secondarie. La drammaticità del Medio Oriente e della regione nordafricana è un appello a tutto l’Occidente e, nel caso della Libia, al nostro Paese per la vicinanza geografica. L’ondata migratoria va collocata dentro quest’assunzione di responsabilità. Quindi bisognerà vigilare perché non abbia un impatto devastante sui fragili equilibri interni, e all’ospitalità doverosa faccia da contrappeso la necessaria legalità. L’Italia è la porta dell’Europa e l’Europa deve essere presente in modo adeguato, tempestivo ed efficace».
Lei ha annunciato che celebrerà una messa per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Non è curioso che la Chiesa – la quale visse il processo risorgimentale come una ferita - oggi sia convinta sostenitrice di questa festa, mentre alcune forze politiche ed economiche avrebbero preferito non celebrarla?

«Effettivamente può apparire curioso, ma non assurdo. In realtà la Chiesa ha sempre alimentato l’unità del nostro Paese ben prima della sua unificazione statale. Quando la Penisola era ancora una pezzatura multicolore è stata la presenza quotidiana della Chiesa, la sua evangelizzazione e la sua azione, che hanno offerto un codice culturale e una matrice perfino sociale ed economica, tendenzialmente omogenei. Basterebbe pensare alla lingua e alla sua presenza capillare nelle parrocchie. La Chiesa, al di là delle contingenze storiche dell’unità e dello Stato pontificio che appariva come un baluardo indispensabile per garantire l’indipendenza del Papa, rappresenta del popolo italiano l’elemento sintetico, il punto di vista che accomuna, la presenza che affratella. Questo è quello che, come credenti oggi nel nostro Paese, vogliamo rappresentare: un contributo alla pacificazione e alla maturazione della nostra Patria, che finalmente torna ad essere pronunciata dopo decenni di ostracismo culturale e di indifferenza diffusa».

http://www.ilgiornale.it/  

domenica 30 gennaio 2011

BAGNASCO/ 2. Non sarà mai il moralismo a renderci migliori

Riceviamo e pubblichiamo l'intervento di Oscar Pini a commento della recente prolusione  del presidente dei vescovi italiani, card. Angelo Bagnasco, sulla difficile situazione del paese.

Riguardo ai fatti che da vari giorni occupano le prime pagine dei giornali e che coinvolgono il premier del nostro governo, la confusione è almeno proporzionale alla quantità di notizie erogate. Il bombardamento mediatico tende a sollecitare le corde più viscerali e istintive del popolo italiano, somministrando succulenti pezzi di vite private e chiedendo soltanto, come nei vecchi circhi imperiali, che si ruoti il pollice in su o in giù, senza troppe domande, senza giudicare la sensatezza della questione posta, senza ficcare il naso nei criteri tacitamente fatti valere.

A tali fatti si è riferito il cardinale Bagnasco, nella sua prolusione di lunedì. Ha parlato di «debolezza etica» e di «stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza» e ha, insieme, con esemplare coraggio, denunciato «l’ingente mole di strumenti di indagini», in una situazione in cui «i poteri si tendono tranelli, in una logica conflittuale che perdura ormai da troppi anni», con la conseguenza che «l’equilibrio» e «l’immagine generale del Paese» risultano gravemente minacciati.

Comunque si chiariranno le cose, da una simile situazione «nessuno ricaverà realmente motivo per rallegrarsi e per ritenersi vincitore»; anzi vi è il pericolo reale che si producano «segni anche profondi, se non vere e proprie ferite» nell’animo collettivo, che «si affermino modelli mentali e di comportamento radicalmente faziosi», realizzando con ciò «un attentato grave alla coesione sociale» del Paese, inquinando il terreno in cui vive. Perciò «è necessario fermarsi – tutti – in tempo, fare chiarezza in modo sollecito e pacato, e nelle sedi opportune».

Se questa presa di posizione è significativamente diversa da tutte le altre, e stupisce per equilibrio e lucidità, è perché in essa è all’opera un altro criterio (il grande assente di quasi tutte le discussioni attuali), che la Chiesa ha sempre usato per giudicare la politica e i politici: il bene comune, prima e più che l’ineccepibilità morale del singolo, fatta salva ovviamente la differenza tra peccato e reato.

Il servizio al bene comune (che è, attenzione, il bene di tutti e di ciascuno) è lo scopo cui deve concorrere l’operato di chiunque abbia responsabilità pubbliche. L’irreprensibilità morale individuale, sempre auspicabile, potrebbe benissimo infatti coniugarsi con una profonda immoralità nell’esercizio delle proprie funzioni, qualora valutazioni e azioni non avessero al centro il bene del Paese, ma ne mettessero a repentaglio la coscienza unitaria e il raggiunto benessere. Vi è certamente un problema relativo al rapporto tra moralità e democrazia. Ma esso non può essere ridotto alla moralità privata.

Ancora il cardinale Bagnasco offre un decisivo passaggio al riguardo: «La vita di una democrazia – sappiamo – si compone di delicati e necessari equilibri, poggia sulla capacità da parte di ciascuno di auto-limitarsi, di mantenersi cioè con sapienza entro i confini invalicabili delle proprie prerogative». Che cosa si chiede a un politico? Che cosa deve fare e come deve essere un magistrato? Quale scopo devono perseguire i mezzi di comunicazione? Si tratta di altrettante questioni morali, che toccano il cuore di una democrazia, ma non riguardano il comportamento privato dei singoli attori, bensì una moralità pubblica, cioè connessa con l’esercizio delle rispettive funzioni in vista del bene comune.

A prescindere da come si chiariranno le cose nelle sedi opportune, il fatto che nell’attuale contingenza tutta l’attenzione si sposti sulla moralità intesa come capacità di coerenza nei comportamenti privati non lascia tranquilli, poiché mantiene aperto il varco a pericolose strumentalizzazioni, indebolendo la stabilità del Paese e distogliendo dalle urgenze che occorrerebbe affrontare e a partire dalle quali anzitutto giudicare le decisioni di chi si assume una responsabilità nella sfera politica.

Non è scontato che nel panorama attuale vi sia qualcuno che, irriducibile al gioco delle parti, richiami al bene comune come criterio di giudizio. Anzi, in un clima di preoccupante scontro e sconfinamento di poteri, ciò rappresenta un fattore essenziale per la salute di questa come di ogni democrazia.

Ancor meno scontata è la presenza di chi affermi, sfidando un moralismo dilagante (spesso interessato e sapientemente orientato), che quando si parla di debolezza e di incoerenza siamo tutti in questione («Se diciamo di essere senza peccato inganniamo noi stessi e la verità non è in noi»; 1 Gv 1,8). D’altra parte, collocandosi sul piano della moralità privata e spingendo al limite la logica implicita in ciò che sta accadendo, non si fatica a immaginare una società che faccia di alcuni valori morali preventivamente selezionati e adeguatamente enfatizzati uno strumento di lotta politica per l’eliminazione degli avversari. Nulla di nuovo, intendiamoci. La storia ci ha già fornito esempi in questo senso.

Non sarà mai il moralismo a rendere migliori. Occorre un luogo dove l’uomo possa venire ridestato nella sua grandezza, sostenuto nella sua tensione ideale, non ridotto ai suoi errori e alle sue miserie. Una società in cui mancasse un luogo dove l’uomo può sempre ritrovare se stesso, essere affermato al di là dei propri limiti, abbracciato e corretto, e perciò, in una umiltà che cresce, continuamente riprendersi, «guardare avanti con fiducia», come ancora ha detto Bagnasco, sarebbe una società senza speranza, esposta al terrore dell’arbitrio e delle mode e alla violenza, anche se in forme più sofisticate di un tempo. Per questo, oltre al bene comune, l’altro criterio di giudizio sulla vita politica che la tradizione cristiana consegna alla storia è quello della libertas ecclesiae, che ha a che fare col fatto che la Chiesa – luogo di educazione e di perdono – abbia la possibilità di esistere e di esprimersi, in funzione del cammino umano di tutti.

http://www.ilsussidiario.net/

venerdì 28 gennaio 2011

BAGNASCO: IN EUROPA RISCHIO ESCLUSIONE DELLA CHIESA

 Il rischio che possa esistere una "volonta' graduale e sottile di presentare la Chiesa Cattolica come incompatibile con lo spirito della Costituzione Europea" e' stato denunciato dal cardinal Angelo Bagnasco, presidente della Cei. "Culla della cultura cristiana, il Vecchio Continente - ha detto il cardinale intervenendo al Circolo di Roma sul tema delle radici cristiane d'Europa - paradossalmente e' anche il luogo dove si e' sviluppata la cultura che piu' radicalmente oggi contraddice le tradizioni religiose. Un rifiuto non solo del cristianesimo ma della dimensione religiosa".
  La Costituzione Europea, ha osservato in proposito il presidente della Cei, "e' di fatto caratterizzata da due no, il primo a Dio, citato invece esplicitamente in alcune Carte nazionale come quella della Polonia, e l'altro al riconoscimento delle radici ciristiane".
Per Bagnasco, "le ragioni invocate per dire questi no, cioe' il non voler ferire la sensibilita' delle minoranze, in realta' non convincono".
  "L'Europa - ha rilevato - e' la zona del mondo a piu' alto rischio dal punto di vista dell'umanesimo, in quanto perseguito il disegno di costruire un mondo senza Dio". "Se non ci sara' - ha osservato ancora il cardinale - lo scontro tra religioni, nonostante tutti segnali che ci addolorano, certo assistiamo a uno scontro tra la visione, che avanza, di una radicale emancipazione dell'uomo fino a negare Dio e le grandi culture umanistiche che sono tutte di tradizione religiosa. Si costruisce infatti una societa' che esclude sistematicamente il Divino proprio nel Continente dove il cristianesimo ben prima del Rinascimento ha affermato la dignita' piena di ogni uomo in quanto appartenente alla famiglia umana". .

http://www.agi.it

BAGNASCO/ Cittadini: educarsi al possesso più vero

Il momento attuale sembra dominato dalla lotta tra poteri ingigantita da casse di risonanza mediatiche che distorcono i contorni e le proporzioni delle cose nel contesto dei problemi reali del nostro Paese.

Come ha sostenuto il cardinale Angelo Bagnasco, al recente Consiglio Episcopale Permanente della Cei, stiamo assistendo a una “convulsa fase che vede miscelarsi in modo sempre più minaccioso la debolezza etica con la fibrillazione politica e istituzionale, per la quale i poteri non solo si guardano con diffidenza ma si tendono tranelli, in una logica conflittuale che perdura ormai da troppi anni. Si moltiplicano notizie che riferiscono di comportamenti contrari al pubblico decoro e si esibiscono squarci - veri o presunti - di stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza, mentre qualcuno si chiede a che cosa sia dovuta l’ingente mole di strumenti di indagine”.

Per ciò che concerne la giustizia, i magistrati battono il chiodo dell’“obbligatorietà dell’azione penale” verso il premier, ma la priorità data al bene comune dovrebbe far preoccupare maggiormente del fatto che sicurezza della pena e tempi equi dei processi non sono garantiti allo stesso modo per tutti. Ad esempio, che ne è di quei debitori morosi responsabili del fallimento di tanti imprenditori (e perdita di lavoro dei loro dipendenti) che devono aspettare anni perché i loro diritti vengano riconosciuti?

Oppure, che ne è di chi ha rovinato la vita di tante persone continuando impunemente a pubblicare notizie secretate, calunniando in trasmissioni televisive o articoli di giornale persone poi rivelatesi innocenti? O, ancora, perché tante inchieste sembrano essere andate a velocità diversa a seconda del colore politico dell’imputato? Lasciare che tante risorse umane e materiali siano destinate a poche inchieste orientate politicamente, come nel caso Why Not, è come decidere che la sanità pubblica venga concentrata su grandi trapianti per poche persone e trascuri le altre. Il tutto in perfetta apparente legalità, visto che ciò avviene semplicemente decidendo di aprire un procedimento invece che l’altro...

Pensare che, come sotto la rivoluzione francese, sia compito dei giudici esprimere la volontà popolare di un Paese, o dimenticare che in un referendum del 1987 la maggioranza degli italiani ha chiesto la responsabilità civile dei giudici, vuol dire affermare un sistema ingiusto. Forse per questo un recente sondaggio rivela che il 54% degli italiani ha poca o nessuna fiducia nella giustizia e che il 56% ritiene che i magistrati agiscano con fini politici.

Quanto detto non significa far finta che in Italia non stia succedendo nulla sul piano dell’etica personale di personaggi pubblici che offrono un’immagine squallida che, al di là delle strumentalizzazioni e dei possibili reati ancora da provare, squallida è e rimane. Ma è giusto ricordarsi che un certo modo di considerare la donna, l’amore, i rapporti sessuali è frutto di una mentalità a cui hanno contribuito tutti, chi oggi è accusato e chi accusa: i progressisti che si stracciano le vesti e i conservatori che invocano leggi morali che non rispettano, ipocriti come i Buddenbrock di Thomas Mann. Neanche chi è contro a certe manifestazioni di degrado umano è innocente da colpe, se si è limitato a opporsi in nome di regole etiche senza mostrare la convenienza umana di un modo di concepire i rapporti tra persone all’altezza del vero desiderio dell’uomo.

Per uscire dalle secche nella guerra tra certo potere giudiziario e potere politico, e per imparare a concepire i rapporti tra uomini in modo più adeguato alla grandezza dell’uomo, occorre tornare a guardare l’esperienza di quelle persone, quelle famiglie, quelle comunità dove una diversità di vita si realizza; dove è tenuto vivo il desiderio della bellezza come segno del vero e l’amore è rispetto della sacralità dell’altro, come anche alcune opere letterarie ci mostrano (vedi il Dolce stil novo di Dante, il Miguel Manara di Milosz o I promessi sposi del Manzoni). Solo questo tipo di esperienze possono far capire quanto dice don Giussani in un suo libro: “Possedette di più la donna da marciapiede, la Maddalena, Cristo che la guardò un istante mentre le passava davanti o tutti gli uomini che l’avevano posseduta?”.

Il sostegno a questa ricerca è il contenuto dell’educazione. Non per niente da qualche anno si parla di “emergenza educativa”, termine usato anche dal cardinal Bagnasco nella prolusione citata. Solo l’educazione di noi stessi (chi di noi è esente da peccato?), del popolo e dei potenti alla scoperta dei desideri più profondi sperimentati personalmente e sostenuti nelle formazioni sociali, può aprire al desiderio del bene comune, a livello del singolo cittadino, come dei tre poteri, giudiziario, legislativo, esecutivo, che possono così ritornare a rispettarsi.

Di fronte all’imbarbarimento della lotta politica, o alla degradazione dell’amore, solo testimonianze vissute di rinnovato senso civico, di amore al Mistero che c’è nell’altro possono creare una nuova mentalità e maturare una nuova pietà, come quella che fa dire all’ex prostituta Sonia in Delitto e castigo,di frontea Raskolnikov che le ha confessato di avere ucciso una vecchietta: “Che pena devi avere nel cuore”. Senza scandalizzarsi, né giustificare l’errore, educarsi ed educare a un rinato desiderio personale e collettivo di bene, bello, giusto è l’unica via per il necessario cambiamento.

http://www.ilsussidiario.net/