Dante Svarca, ex comandante dei vigili urbani di Ancona e dirigente dell’Ufficio statistica del Comune in pensione, membro dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, sostenendo che la somministrare l’ostia consacrata affermando che essa e’ ‘corpo di Cristo’ e’ abuso della credulita’ popolare, ha presentato un esposto a carico del vescovo, mons. Edoardo Menichelli.
L'esposto arriva dopo che l'ateo aveva diffidato il monsignore a dare disposizioni ai sacerdoti della sua diocesi di ‘’astenersi dal presentare ai fedeli l’eucaristia come il miracolo della transustanziazione, affermando la presenza effettiva nell’ostia consacrata della vera e viva carne di Gesu’’’.
‘’Non ho ricevuto risposta e il vescovo di Ancona e i sacerdoti della sua diocesi - afferma nella denuncia Svarca, 72 anni, originario del Pesarese - continuano a presentare l’ostia come il vero corpo di Gesu’, in aperto contrasto con la ragione e i risultati della scienza’’.
Ritenendo che ‘’in tale comportamento si possa configurare un plateale abuso della credulita’ popolare’’, Svarca va oltre e chiede che vengano acquisiti ‘’campioni di ostia consacrata e ancora da consacrare’’ per poi procedere all’esame del Dna, in modo da ‘’chiarire definitivamente se sia avvenuto qualche reale cambiamento nell’ostia, a seguito della consacrazione’’.
‘’Nel caso in cui venga accertato che con la consacrazione nessun cambiamento si e’ prodotto nelle ostie - seguita puntiglioso Svarca - si prega di voler procedere contro il vescovo mons. Edoardo Menichelli per i reati che la S.V. riterra’ di ravvisare nel comportamento segnalato’’.
A margine, Svarca segnala che Ancona ospitera’ il Congresso eucaristico nazionale e che all’evento ‘’e’ stato concesso un contributo statale di 2,5 milioni di euro, quindi un contributo a carico di tutti i contribuenti siano essi cattolici, credenti in altre religioni o non credenti’’. ‘’L’erogazione di tale somma - incalza - appare ingiustificata, trattandosi di una semplice riunione interna di una confessione religiosa, anche se maggioritaria, ma cio’ appare ancora piu’ ingiustificato qualora venisse accertato, con indagini ordinate da codesto Ufficio, che durante il rito eucaristico non avviene alcun fatto magico e l’ostia consacrata sia in tutto uguale a quella non consacrata e, in particolare, il Dna contenuto nelle due ostie sia sempre quello del grano da cui proviene la farina’’.
E proprio il tema dell’eucarestia sara’ il filo conduttore del 25/o Congresso eucaristico nazionale in programma a settembre ad Ancona, dal titolo ‘’Eucarestia e vita’’. ‘’Il dono del pane della vita - ha detto giovedi’ scorso il segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata, parlando ai delegati diocesani riuniti nel capoluogo marchigiano in vista del Congresso - diventa nutrimento e sazia una fame alla quale non si puo’ rimanere insensibili quando la si incontra nel nostro prossimo vicino o remoto, sia essa una fame materiale sia un bisogno morale e spirituale’’.
http://qn.quotidiano.net
È sorprendente vedere come la Chiesa cattolica abbia a cuore i poveri e quanto tenga a distinguersi da essi.
Visualizzazione post con etichetta Vescovo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vescovo. Mostra tutti i post
sabato 29 gennaio 2011
mercoledì 26 gennaio 2011
Muore il vescovo della liberazione in Chiapas
Samuel Ruiz García, vescovo di San Cristóbal de las Casas, è morto il 24 gennaio all’età di 86 anni. Si era sempre impegnato a favore delle popolazioni indigene e aveva mediato tra la guerriglia zapatista e il governo messicano.
http://www.internazionale.it/
Il vescovo contro l'alpino caduto: "Non è un eroe di pace, è guerra"
L’alpino Matteo Miotto riposa in pace, la sua memoria ancora no. Gli sopravvive un bel dilemma all’italiana,un dilemma non nuovo, nè tanto meno così avvincente: è un eroe o non è un eroe?
Singolarmente, questa volta è lo stesso vescovo di Miotto a risollevare la questione. Il soldato era di Thiene, la diocesi è quella di Padova. E proprio la guida spirituale di questa diocesi ha suscitato clamore con la decisione di non celebrare i funerali privati del caduto, limitandosi a inviare una lettera di cordoglio. «La diocesi era rappresentata», ha spiegato monsignor Antonio Mattiazzo ai giornalisti locali. E forse poteva fermarsi lì. Invece ha tenuto ad un’aggiunta molto chiara: «Certo sono dispiaciuto che il giovane sia morto. Ma andiamoci piano con l’esaltazione retorica. Non facciamone degli eroi. Quelle non sono missioni di pace. Vanno lì con le armi, dunque il significato è un altro, non dobbiamo dimenticarlo...».
Sua eccellenza, indubbiamente, solleva polvere con una presa di posizione piuttosto ideologica. Ai cristiani qualunque, che si mettono in coda dietro a una bara, importa poco che dentro ci sia un eroe. Purtroppo c’è un ragazzo,che comunque ha lasciato la vita in circostanze molto particolari, servendo una bandiera e una Patria, regalando scritti toccanti nel segno di un’idea. Sembrerebbe naturale che davanti al corteo funebre, nell’ultimo giorno, ci sia il suo vescovo. In questo caso, il suo vescovo non ritiene degna la circostanza. Prende le distanze. Certo monsignor Mattiazzo ha mille ragioni quando vuole sottrarsi al coro retorico. Troppo spesso l’enfasi patriottica e militaresca sovrasta impietosamente il lutto vero. Normale e forse pure doveroso che il religioso si neghi al rito profano dei superlativi epici. Ma nella sua posizione avrebbe un’opportunità unica: salire sul pulpito per indirizzare le esequie in prima persona, celebrandole secondo la propria convinzione di fede, nel modo più giusto.
Invece il soldato Miotto trova un vescovo che per evitare la retorica decide di scantonare. Con tutto il rispetto, difficile comprendere. Impossibile condividere. Ma c’è di più. monsignor Mattiazzo esprime pure tutto il proprio disaccordo sulla natura della spedizione italiana, schierandosi apertamente: non andiamo a portare la pace, andiamo a fare la guerra.
Torna a riaffiorare l’annosa e irrisolta questione. Il vescovo l’affronta nel modo più lineare e intransigente: dove ci sono armi, c’è guerra.Una Chiesa evangelica e spirituale in senso stretto non può accettare in nessun caso il ricorso alla forza. Questa la nobilissima e rispettabilissima posizione ideale. Ma le cose, nella pratica, sono maledettamente più complicate. Ci sono momenti e circostanze che richiedono la forza per difendere gli indifesi. La stessa Chiesa, anni fa, fu d’accordo con l’intervento militare per fermare gli orrori in Kosovo. E certo non avrebbe niente da ridire se in diverse parti del mondo, oggigiorno, qualche soldato in più difendesse i cristiani perseguitati da satrapi e regimi, da odio e intolleranze.
Sono i discorsi di sempre. Dalla sua nascita, la Chiesa è divisa sull’interpretazione del messaggio. Ne fu degnissimo testimone lo stesso San Francesco, che persino tra i suoi vide nascere divisioni molto aspre: da una parte l’applicazione rigida e letterale del Vangelo, che addirittura ipotizzava l’assenza di cattedrali e monasteri, di regole e di gerarchie, dall’altra una visione più storicizzata e più realistica, dunque aperta a strutture, norme, istituzioni. Passano i secoli, ma siamo sempre al punto di partenza. Le armi mai, le armi qualche volta sì. Però neppure il vescovo di Padova, nel suo impeto pacifista, può negare una verità evidente: tutto possiamo pensare dei nostri soldati, non che siano in giro per il mondo a scatenare tensioni, violenze, ingiustizie e soprusi. Se su un elemento questa povera nazione raccoglie l’unanime ammirazione internazionale, questo è indubbiamente l’approccio umano e leale, pacifico e moderato delle nostre spedizioni.
Monsignore, sia detto con tutta l’umiltà del caso: continui a credere nei suoi ideali assoluti e a difendere le sue posizioni intransigenti, ma provi a scindere tra le imperscrutabili strategie politiche e il ruolo dei nostri militari. Forse, ripensandoci, il funerale di Matteo Miotto le apparirà come una grossa occasione persa. Lei si è trovato nella condizione di spazzare via la retorica e riconoscere semplicemente l’importanza di una morte. Non era necessario chiamarlo eroe. Solo per le lettere che Matteo ha lasciato scritte, un buon vescovo avrebbe sicuramentetrovato le parole per dipingerlo come un ragazzo generoso, pulito, idealista. Un uomo giusto. Più di un eroe.http://www.ilgiornale.it
domenica 23 gennaio 2011
Vescovo Padova: «Miotto non è morto da eroe, basta con l'esaltazione retorica»
«Certo sono dispiaciuto che questo giovane sia morto. Ma andiamo piano però con l'esaltazione retorica, non facciamone degli eroi. Quelle non sono missioni di pace». Sono le parole con cui il vescovo di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo, ha commentato la vicenda di Matteo Miotto, l'alpino di Thiene ucciso il 31 dicembre scorso in Afghanistan, incontrando i giornalisti per la ricorrenza del patrono, San Francesco di Sales.
Mattiazzo ha ricordato di non essere andato ai funerali privati di Miotto, a Thiene (la cittadina berica rientra nella diocesi patavina) perché «la Diocesi era comunque rappresentata», limitandosi ad inviare una lettera di cordoglio, letta in chiesa, nella quale si evidenziava «la scelta di alto valore» fatta dall'alpino. «I funerali per questi giovani sono doverosi - ha detto Mattiazzo - ma non sono d'accordo con una certa esaltazione retorica. Quelle non sono missioni di pace, vanno lì con le armi, e quindi il significato è un altro, non dobbiamo dimenticarlo».
Francesco Miotto, il papà di Matteo, ha replicato ricordando che il sacerdote che aveva celebrato l'omelia funebre «la pensava in maniera completamente diversa, questo per me è importante».
http://www.ilmessaggero.it/
Mattiazzo ha ricordato di non essere andato ai funerali privati di Miotto, a Thiene (la cittadina berica rientra nella diocesi patavina) perché «la Diocesi era comunque rappresentata», limitandosi ad inviare una lettera di cordoglio, letta in chiesa, nella quale si evidenziava «la scelta di alto valore» fatta dall'alpino. «I funerali per questi giovani sono doverosi - ha detto Mattiazzo - ma non sono d'accordo con una certa esaltazione retorica. Quelle non sono missioni di pace, vanno lì con le armi, e quindi il significato è un altro, non dobbiamo dimenticarlo».
Francesco Miotto, il papà di Matteo, ha replicato ricordando che il sacerdote che aveva celebrato l'omelia funebre «la pensava in maniera completamente diversa, questo per me è importante».
http://www.ilmessaggero.it/
Iscriviti a:
Post (Atom)