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martedì 1 febbraio 2011

EGITTO/ Il giudice Mikawi: così cristiani e musulmani uniti hanno spiazzato Mubarak

«Anche noi magistrati oggi siamo in piazza per chiedere un nuovo Egitto e reclamare uguali diritti per cristiani e musulmani». E’ la testimonianza in presa diretta di Hosam Mikawi, presidente del Tribunale del Cairo Sud, intervistato da Ilsussidiario.net mentre si trova in piazza Tahrir insieme a centinaia di migliaia di manifestanti. Mikawi sottolinea in tono pacato che occorre prendere atto del fatto che Mubarak per 30 anni ha violato la Costituzione. Nel frattempo, in sottofondo si sentono gli slogan della protesta e di tanto in tanto il giudice si deve interrompere per gli elicotteri dell’esercito che sorvolano a bassa quota.
«L’esercito sta difendendo i manifestanti – sottolinea – ma chi sceglierà tra la rivoluzione e il rispetto degli ordini sono le persone comuni che sono scese in strada. Possiamo concedere a Mubarak i nove mesi fino alla fine del suo mandato, purché non si ricandidi e avvii da oggi stesso un vero cambiamento». E come aggiunge Mikawi, se gli egiziani hanno acquistato una nuova coscienza di sé lo si deve anche al Meeting del Cairo dello scorso ottobre, grazie a cui si è formata una rete di rapporti decisiva nel momento in cui si è scelto di andare in piazza.


In quanto giudice, perché ha scelto di manifestare contro Mubarak?

Non tutti i magistrati in questi giorni hanno preso una posizione nei confronti della situazione del nostro Paese. Ma un gruppo di giudici ha scelto invece di recarsi in piazza Tahrir, il cuore della protesta, perché si sono ricordati di essere innanzitutto egiziani, e solo in un secondo momento magistrati. Tra questi ci sono anch’io, per chiedere in quanto giudice la nascita di un nuovo Egitto, una giustizia che valga per ogni persona e l’uguaglianza tra musulmani e cristiani sotto tutti i punti di vista.


C’è il rischio che i fondamentalisti si impossessino di questa rivolta spontanea?

Fino a questo momento ho visto tantissimi giovani, molto ben organizzati, che ricevono chiunque arrivi in piazza Tahrir con delle bandiere egiziane. E sottolineano che sotto la nostra bandiera non c’è nessuna differenza tra chi si chiama Mohammed e chi si chiama Michele, o Giovanni. «Noi siamo il popolo, musulmani e cristiani, senza nessuna differenza», ripetono. Il governo si aspettava che durante le proteste sarebbero sorti problemi tra islamici, copti, Fratelli musulmani e gli altri gruppi politici. Ma non è stato così. Quando i Fratelli musulmani provano a prendere la parola, la gente li interrompe dicendo: «Ciascun egiziano è protetto da tutti gli altri egiziani, odiamo chi insiste sulle differenze religiose». Devo ammettere che lo trovo strano, è difficile come posizione, ma è quello che sta avvenendo.


Chi sono le persone da cui è circondato in questo momento?

Persone normalissime, parlando con loro si capisce che hanno un lavoro, un buono stipendio, una casa, una o più macchine. Ma ciascuno di loro è venuto per protestare, perché sono egiziani e vogliono potersi esprimere liberamente vivendo come chiunque in Europa.


Il Meeting del Cairo ha influito su quanto sta accadendo in questo giorni?

Il Meeting del Cairo ha favorito il sorgere di una nuova coscienza da parte degli egiziani che sono in piazza a protestare. Per esempio, durante quei giorni ho conosciuto tantissime persone. E una volta che il Meeting si è concluso, continuavano a chiamarmi e a chiedermi che cosa potevano fare, perché sentivano il bisogno di impegnarsi. Per questo, sono certo del fatto che il Meeting del Cairo ci ha fatto sorgere un nuovo interesse e ci ha dato una possibilità che prima non c’era. Legata al fatto che centinaia di giovani, volontari o semplici partecipanti, si sono incontrati e parlati per la prima volta.


Secondo lei quali sono le responsabilità di Mubarak?

Il nostro Parlamento è una messa in scena e tutti gli egiziani lo sanno. Nel corso delle ultime elezioni, moltissimi giovani non hanno potuto esercitare il loro diritto di voto, per una serie svariata di motivi. E quindi, rendendoci conto che non potevamo cambiare la situazione con le elezioni, siamo partiti dai circoli privati, i club sportivi, le università, le scuole e perfino su Facebook e Twitter. Il 25 gennaio siamo scesi in piazza: è stata una protesta pacifica e civile, ma la polizia ha iniziato a sparare sui giovani, e quando ci siamo ribellati è fuggita.


Lei però è un magistrato. Da un punto di vista legale, come giustifica la rivoluzione?

Da un punto di vista legale, la questione è che l’Egitto non è una dittatura militare e Mubarak è al potere in quanto è eletto dal popolo. Deve quindi rispettare la Costituzione, che per esempio prescrive che il presidente debba nominare un vice. Per 30 anni Mubarak ha fatto finta di dimenticarsene, e solo ora che la folla è scesa in piazza ha deciso di farlo e di tenere conto dei diritti del popolo. E’ per questo che gli egiziani sono infuriati. Come vicepresidente ha scelto Omar Suleiman, come capo del governo Ahmad Shafiq: entrambi sono due militari. Se questa è la sua idea di cambiamento, è come se volesse curare un malato grave con l’aspirina.


Che cosa si aspetta che faccia l’esercito nelle prossime ore?

In questi giorni stanno proteggendo i manifestanti. Quando venerdì la situazione è diventata incandescente, e la polizia ha iniziato a sparare, le camionette dell’esercito si sono messe in fila per permettere ai civili di ripararsi ed evitare di essere colpiti. Sono stati i militari a obbligare gli agenti a cessare il fuoco.


Però i generali non si sono ribellati a Mubarak…

La decisione ultima non spetta ai generali. Chi sceglierà se obbedire agli ordini o cambiare tutto, chi ha in mano le sorti del Paese, chi può garantire la sicurezza in Egitto, sono le persone che si trovano nelle strade a protestare. Sono loro a dover giudicare quale sarà la scelta migliore. Non sono in grado di prevedere che cosa accadrà ma, al contrario di quanto fatto finora da Mubarak, spero che si muovano nel rispetto della Costituzione.


In che senso?

La carica di Mubarak scade tra nove mesi. Le persone più prudenti in Egitto suggeriscono di lasciarlo al suo posto fino alla fine del mandato, ma a patto che non si ricandidi e avvii da oggi stesso un vero cambiamento. Fino a questo momento però, le sue scelte hanno dato l’impressione che non si stia muovendo nella direzione giusta, né che stia ascoltando la piazza. Forse perché le persone di cui si è circondato non lo stanno consigliando nel modo più opportuno.

http://www.ilsussidiario.net

lunedì 31 gennaio 2011

L'ultima della Turchia: "Troppi cristiani in europa

L'Europa è troppo cristiana. Dirlo in un'epoca di immigrazione islamica martellante e di violenze ai danni dei credenti occidentali sembra una battuta di cattivo gusto; eppure il vice premier turco Ali Babacan, ospite del World Economic Forum a Davos, sembra pensarlo seriamente. Babacan, in un incontro assieme al presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy ha definito l'Unione europea un "club per cristiani", ripiegati in loro stessi e chiusi all'allargamento. "

INGRESSO A RISCHIO - "Abbiamo sempre pensato che l’Ue rappresentasse un grande processo di pace", ha detto il politico turco. "Invece in processo di allargamento è letteralmente in stallo e la politica della 'porta apertaì non è più lì". Babacan ha aggiunto uno dei motivi dell'ostilità all’ingresso della Turchia in Ue sarebbe proprio questa predominanza cristiana. Ankara ha iniziato la procedura per l’ingresso in Ue nel 2005 ma il processo si è fermato per via dell’opposizione di alcuni membri. "Tutti cercano di capire cosa succederà - ha aggiunto il vice premier - e che tipo di Europa ne uscirà sarà di immensa importanza per la nostra area".

http://www.libero-news.it/

sabato 29 gennaio 2011

TERRA SANTA/ Il Tg della Custodia di Terra Santa: la settimana di preghiera a Gerusalemme per l'unità dei cristiani (28 gennaio 2011)

IL TG DELLA SETTIMANA DALLA TERRA SANTA  - Uniti nell'insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nella preghiera'”. Benedetto XVI, prima dell'Angelus di domenica scorsa, ha voluto ricordare le prime comunità cristiane di Gerusalemme, all’inizio della settimana per l’unità che porta proprio questo titolo. Perciò, ha affermato il Pontefice, “mentre accogliamo con gioia gli spunti di riflessione offerti dalle comunità che vivono a Gerusalemme, ci stringiamo intorno ad esse, e questo diventa per tutti un ulteriore fattore di comunione”. Nel vivo ricordo del discorso del Pontefice si è finalmente aperta la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani nella città santa. Una lunga maratona che ha preso il via nella chiesa melchita, alla presenza dei moltissimi fedeli accorsi e dei rappresentanti di tutte le confessioni.

IN PREGHIERA PER L’UNITA’
La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani a Gerusalemme. Ancora una volta si ha avuto la prova che ciò che unisce è più grande di quel che divide.


VICINI, SUL GOLGOTA
Vicini … nel  luogo dove Cristo ha versato il suo sangue. Per tutti. La vigilia della settimana di preghiera, all’altare del Gologota, ... con i fratelli greci ortodossi.

GIORNATA MEMORIA
Giornata della memoria. Racconta la storia della sua famiglia David Neahus, vicario della comunita’ cattolica di espressione ebraica a Gerusalemme.

CARITAS JERUSALEM
Tantissime le persone aiutate da Caritas Jerusalem. A parlarci dell’organizazzione, nata più di 40 anni fa, la direttrice Claudette Habesch.



GUARDA IL VIDEO



http://www.ilsussidiario.net/

mercoledì 26 gennaio 2011

Fedeli 2.0, il Web secondo i credenti

Siano benedetti Internet e tutti i social network, anche se con le dovute cautele. Si può riassumere così il messaggio di Benedetto XVI durante la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali in cui il Papa ha dato il suo placet all’utilizzo della Rete per testimoniare il verbo, a patto che venga fatto con correttezza e onestà. «La presenza sulle reti sociali» dice il Pontefice «può essere il segno di una ricerca autentica di incontro personale con l’altro» in cui, però, bisogna stare attenti a «evitarne i pericoli» come «rifugiarsi in una sorta di mondo parallelo o l’eccessiva esposizione al mondo virtuale». Benedetto XVI invita i cattolici dunque a frequentare la Rete e i social network come Facebook ma, allo stesso tempo, chiede di farlo con uno «stile cristiano», ovvero senza utilizzare falsi account ma testimoniando la fede «con coerenza, nel proprio profilo digitale».
Quello che sembra un messaggio rivoluzionario, in realtà, non è altro che un ufficializzare da parte della massima autorità della chiesa cattolica un fenomeno che in Rete ha preso il sopravvento da anni, con una prima crociata virtuale che ha visto all’inizio del 2000 spuntare una moltitudine di siti e blog creati da fedeli e praticanti, insieme ai siti ufficiali che sono in Rete sin dagli albori e appartengono a tutti gli ordini e le confessioni: dai salesiani ai francescani, passando per gli ecumenici e i focolari. Oggi il portale del Vaticano è accessibile in otto lingue e viaggia sui 500 mila visitatori unici mensili, fonte Google Ad Planner, ma la Chiesa ha seguito sempre con interesse tutte i trend che si sono succeduti in rete. Basti pensare a quando, fra il 2006 e il 2007, Second Life rappresentava l’avanguardia del Web e, anche in quell’occasione, i cattolici erano in prima fila, soprattutto negli Stati Uniti dove era tutto un fiorire di parrocchie virtuali in cui venivano trasmesse in streaming le funzioni religiose e ci si poteva confessare con un prete in versione “avatar”, mentre in Italia spuntava la ricostruzione in 3D della Basilica di San Francesco d’Assisi.
Mark Zuckerberg
Gli ultimi tre anni, invece, hanno portato all’esplosione di gruppi, pagine e profili su Facebook. I nuovi templari di questo mondo virtuale, guardando solo allo scenario italiano, hanno messo sotto assedio il più frequentato social network in cui centinaia di profili personali dovranno recepire necessariamente il messaggio del Papa. Sono infatti le immagini sacre che, sulle bacheche degli utenti, sostituiscono i veri volti degli autori. Queste persone condividono un mondo tutto loro, fatto di messaggi che richiamano i testi delle scritture sacre e centinaia di video che circolano su Youtube, di stampo amatoriale, in cui le immagini dei santi sono accompagnate da letture dei Vangeli e della Bibbia fatte dagli stessi navigatori credenti.
Ma è sui gruppi e le pagine non ufficiali su Facebook che si è creato il vero fenomeno, con bacheche che aggregano da poche decine a migliaia di persone, concentrate ore e ore in rete a scambiarsi link, informazioni e consigli su come affrontare la vita secondo la dottrina cristiana. I nomi con cui si distinguono queste associazioni virtuali sono, per citarne alcune: “Dio è amore” (12895 “mi piace”), “Soltanto chi ha provato la tristezza di un pianto sa cosa vuol dire la gioia di un sorriso” (2041 iscritti al gruppo), oppure realtà virtuali più piccole ma molto aggiornate come “Andate e predicate” (110 membri) o “La famiglia dei pazzi, ma pazzi di Dio” (161 partecipanti). Mentre Benedetto XVI è al comando tra i profili di Facebook legati a figure cattoliche di una classifica virtuale basata sui “like” degli utenti, 48257 contro i 44603 di Gesù, la vera sfida, però, in casa Vaticano, si gioca su un altro campo e coinvolge gli utenti cattolici secondo regole che non riguardano la vita ultraterrena ma, anzi, decisamente quella legata a numeri e risultati come avviene nelle migliori aziende che investono su Internet.

La Chiesa, infatti, non è rimasta a guardare il Web 2.0 senza prenderne parte e il proselitismo su Facebook sembra fatto secondo marketing applicati a brand di successo. Sul social network più frequentato del mondo, profili legati a realtà cattoliche sono gestiti con strategie utilizzate da società che raccolgono iscritti. Si può provare a guardare chi vince nella corsa alla conquista del maggior numero di adepti virtuali, facendo un confronto fra due gruppi: Josper, dedicato all’Opera Romana Pellegrinaggi, e i Papaboys. Guardando le loro pagine, si trovano diversi profili, pagine e gruppi, ufficiali e non. I Papaboys, però, hanno attualmente la meglio in termini di numeri: l’account di redazione conta 4975 iscritti contro i poco più di mille di uno dei profili legati ai pellegrini, Jospers Travel. Per capire l’affare dietro attività di marketing on line su Facebook, qualora un ente o una società decidano di fare un tale investimento, ogni iscritto costa, a seconda delle campagne, del target di riferimento e delle attività che vengono svolte dagli specialisti della Rete, da poco meno di un 1 euro fino a oltre i 10. Si tratta di operazioni che consentono a chi gestisce i profili di far girare i contenuti con il passaparola, arma vincente per chiunque abbia interesse a far crescere il proprio network. L’Opera romana pellegrinaggi, l’anno scorso, durante il JospFest a Roma, aveva puntato su una community, esterna a Facebook, per creare un social network ad hoc dedicato ai viaggi dello spirito.
Oggi la piattaforma non è più on line e l’ente ha deciso di gestire i suoi contatti attraverso il social

network di Zuckerberg e il sito ufficiale, utilizzando però Posterous, sistema innovativo che il Web 2.0 offre per la gestione dei contenuti, per il blog ufficiale. Se l’attenzione di molti, oggi, si sofferma solo su Facebook, si rischia però di perdere di vista un altro trend in crescita anche in Italia, sulla scia sempre degli Stati Uniti dove mappe bibliche, web tv religiose, confessioni on line e community di fedeli affollano la Rete. Il Papa ha infatti parlato di reti sociali non a caso utilizzando il plurale, sebbene ancora non siano particolarmente sviluppati in Italia social network riservati solo ai credenti. Prometteva molto Faithbook.it che si presentava, un anno fa, come la nuova community cristiana ma che, oggi, rimanda messaggi di errore quando ci si iscrive. Crescono invece realtà web come Christiancafe.it, sito dei cristiani evangelici in cui è possibile condividere opinioni e leggere articoli e editoriali e Irc, social network degli insegnanti di religione cattolica. Il più moderno, però, è Pope2you.net, creato da Paolo Predini, autore dell’applicazione ”iBreviary”. L’app, concepita originariamente solo per iPhone, oggi può essere installata su tutti i device: iPad ma anche Android e Blackberry, quasi come per lanciare il messaggio: “Chi mi ama mi segua”… con ogni mezzo.

http://www.ilsecoloxix.it

lunedì 17 gennaio 2011

PAPA: ANCORA CRISTIANI COSTRETTI A FUGGIRE

Anche nel mondo di oggi non mancano situazioni a causa delle quali "talvolta, purtroppo, i cristiani si sentono costretti a lasciare, con sofferenza, la loro terra, impoverendo cosi' i Paesi in cui sono vissuti i loro avi". Benedetto XVI ha voluto ricordarlo nel breve discorso che ha preceduto l'Angelus, in occasione della Giornata Mondiale del migrante e del rifugiato. "Nella festa della Santa Famiglia, subito dopo il Natale, abbiamo ricordato - ha detto il Papa - che anche i genitori di Gesu' dovettero fuggire dalla propria terra e rifugiarsi in Egitto, per salvare la vita del loro bambino: il Messia, il Figlio di Dio e' stato un rifugiato".
  "La Chiesa, da sempre, vive al proprio interno l'esperienza della migrazione", ha ricordato sottolinenando che "d'altra parte, gli spostamenti volontari dei cristiani, per diversi motivi, da una citta' all'altra, da un Paese all'altro, da un continente all'altro, sono occasione per incrementare il dinamismo missionario della Parola di Dio e fanno si' che la testimonianza della fede circoli maggiormente nel Corpo mistico di Cristo, attraversando i popoli e le culture, e raggiungendo nuove frontiere, nuovi ambienti".

http://www.agi.it

domenica 16 gennaio 2011

MEDIO ORIENTE/ Se l'islam caccia i cristiani dice addio allo sviluppo

Caro direttore,

nell’articolo sul tema della persecuzione dei cristiani in Medio oriente apparso sul sussidiario, Robi Ronza esprime una ricostruzione dei fatti ed un punto di vista ampiamente condivisibili. Desta stupore come il grande imam di Al Azhar si sia chiesto perché il Papa non sia intervenuto a difesa dei musulmani dell’Iraq. A parte che Benedetto XVI ha sempre dichiarato di condannare la guerra e le sue conseguenze, ci chiediamo che cosa c’entrano gli effetti di una guerra, sia pure deprecabile, dove fra l’altro le uccisioni di musulmani avvengono per scontri inter-etnici interni, con la protezione doverosa da parte di uno Stato dei suoi cittadini diversamente credenti. Sul Corriere della Sera Raffaele La Capria si poneva il problema della asimmetricità nei rapporti fra Occidente e mondo islamico, notando, come fa Ronza, che è anche il nostro relativismo, la nostra mancanza di identità forte e di valori condivisi a renderci più deboli.

Le prime avvisaglie si ebbero con il famoso discorso di Ratisbona. Forse ingenuamente Papa Benedetto XVI da poco insediato nel seggio di Pietro, disse con chiarezza alcune cose, forse spiacevoli ma assolutamente vere. Il rapporto fede-ragione, il lungo e difficile, drammatico rapporto con la tradizione, con la filosofia greca, con il mondo ebraico hanno fatto del mondo occidentale un unicum, dove tolleranza, rispetto dell’altro, riconoscimento delle diversità, si coniuga con il tentativo di estendere al mondo valori condivisi che consentano la convivenza degli uomini sulla terra almeno fino all’avvento di quell’era messianica che ebraismo e cristianesimo vedono come escatologia futura. La Dichiarazione universale dei diritti umani è il risultato più tangibile di questo percorso.
 
Purtroppo le reazioni furono violente e il Papa fu lasciato solo anche dagli Stati e dall’intellighenzia occidentale, che privilegiarono il politically correct a scapito della testimonianza di verità e di solidarietà.
Bisogna anche aggiungere che alcune gravi espressioni del recente Sinodo delle Chiese orientali, doverosamente corrette dalla Sede vaticana, e vicine ad un terzomondismo filo-arabo, attribuivano le colpe di tutto al sionismo e a Israele (come recentemente è capitato anche a Messori), evitando di comprendere o di ammettere che le difficoltà di convivenza fra le religioni del libro (cristianesimo ed ebraismo) ed islam sono sempre state difficili e che la pretesa egemonica dell’islam ha al massimo tollerato gli altri riducendoli al livello di dhimmi, cioè di tollerati e sudditi di secondo livello, purché paganti il tributo.

Gli ebrei purtroppo, ma viene da dire fortunatamente, forse per un progetto provvidenziale divino, dopo sofferenze terribili sono stati espulsi dal Medio oriente dove vivevano da millenni. Ora tocca ai cristiani; questo comporterà per gli stessi Paesi arabi un impoverimento ulteriore, un venir meno di classe dirigente, una difficoltà maggiore sulla strada della modernizzazione, un acuirsi delle difficoltà di cui gli ultimi episodi in Tunisia e Algeria sono eloquenti messaggi...

Per noi ebrei, che queste persecuzioni sulla nostra pelle le abbiamo già subite, non può che essere un motivo di tristezza e di dolore vedere che cose analoghe succedono ai fratelli cristiani. Il mondo è in forte e accelerato movimento; l’Occidente è sotto attacco. Non si tratta di rinunciare ai nostri valori universali ma, prendendo atto di ciò che sta accadendo, far fronte comune, abbandonare il relativismo nichilistico che ci viene proposto in Europa come alternativa. Il rischio è che fra poco anche in Europa una minoranza estremista detti le sue leggi e quello che l’Europa ha evitato da Poitiers, a Lepanto, a Vienna si realizzi in forma prima morbida ma poi...

http://www.ilsussidiario.net