domenica 30 gennaio 2011

Tettamanzi richiama chi guida il paese ad essere esemplare nel pubblico e nel privato

Da coloro che guidano il paese «tutti attendono esemplarità, nel pubblico e nel privato». L'arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, non fa alcun riferimento esplicito al caso Ruby ma il messaggio arriva forte e chiaro nell'incontro con i giornalisti per la festa del patrono della categoria, san Francesco di Sales. Durante il quale l'arcivescovo rivolge un invito al mondo dell'informazione perché quando parla di politica non si limiti al «racconto degli scandali». «Nessuno chiede di tacere episodi, fatti, denunce, indagini, ma i problemi veri del paese sono altri».
Sui media ci sono troppi litigi permanenti che producono ansia e rassegnazione invece che indurre a uno scatto in avanti, a un moto di orgoglio. Con l'immagine di una classe politica ripiegata su se stessa.
«Il paese reale e le forze del bene» che in Italia agiscono «sono poco rappresentate dai media», dice Dionigi Tettamanzi. Che richiama il mondo della comunicazione a testimoniare la verità «inserendo i fatti della realtà in un contesto più ampio». Spesso invece i singoli episodi vengono utilizzati per dar ragione a uno o all'altro schieramento politico. Il lettore/spettatore, indica l'arcivescovo, va aiutato «ad alzare lo sguardo», perché diventi «consapevole». Il mondo dell'informazione ha un ruolo determinante per spronare il paese a «uscire dal clima di scoraggiamento e depressione che rischia di diventare cronico». Ci sono «persone, comunità, modelli che aspettano di essere raccontati», ricorda Tettamanzi, e con loro «il paese che ce la fa, le categorie che lottano per uscire dalla crisi».

Una critica arriva anche a certi programmi tv fondati «sull'esposizione oltre misura dell'intimità delle persone». E poi c'è la raccomandazione al giornalismo a non cedere alle logiche del potere.
Il momento è tutt'altro che da sottovalutare, ammonisce il cardinale. Che indentifica nell'attuale una situazione speculare a quella sperimentata dall'Italia alla fine della seconda guerra mondiale. Con una differenza sostanziale: «Oggi rischiamo di rimanere vittime del benessere, che ci rende ciechi e sordi». Rimettere in circolo la passione sana, immunizzarsi dal racconto delle banalità, non rassegnarsi: sono queste le strade suggerite dall'arcivescovo di Milano.


Sciortino (Famiglia Cristiana): «L'Italia sembra il set del Grande Fratello»
Coniugare verità e informazione è la parte più difficile oggi, dice Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana. Perchè «il nostro paese sembra trasformato in un set televisivo che ha le stesse logiche del Grande Fratello», dove «lo scoop vale più della dignità delle persone». Sciortino dice basta all'utilizzo «improprio» dei giornali, «come strumenti di consenso, per delegittimare e distruggere l'avversario». E all'uso del dossieraggio per cui «non importa che i fatti siano veri, basta che siano verosimili», il cosiddetto metodo Boffo, quello «del killeraggio mediatico». Insomma «in questo clima da guerra civile verbale in atto che rovina i rapporti a tutti i livelli», è più che mai importante saper «distinguere il grano dalla pula». E in questo Sciortino rivendica il ruolo della stampa cattolica, «non siamo casa e chiesa, siamo la piazza», dice. «Perché il punto di vista cristiano è quello dell'uguaglianza degli essere umani in tutte le situazioni».
Tarquinio (Avvenire): «C'è un deficit di speranza perché non si raccontano certe storie»
Anche Marco Tarquinio, direttore di Avvenire ha qualcosa da dire su come certa stampa cattolica viene vissuta. «Siamo l'unico giornale che ha un nome e un cognome», dice. Il cognome è Cei, ossia vescovi. Quando «il nostro editore è una fondazione, senza cioè fini di lucro». E «il nostro è un lettore non sempre fedele». Insomma nessuna rendita per il quotidiano dei cattolici che adopera «uno sguardo laico» per raccontare un paese (l'Italia) «in crisi di sistema, anche a livello istituzionale e non solo politico o di leadership di governo». Pure Tarquinio denuncia «un deficit di speranza», perché ci sono alcune storie che non si vogliono raccontare. E cita il caso della trasmissione di Fabio Fazio e Roberto Saviano in cui si è parlato dell'eutanasia senza portare, sottolinea il direttore di Avvenire «storie diverse, storie di chi ha trovato le ragioni per andare avanti».
Mentana (Tg La 7): «La cosa che più mi appassiona nel mio mestriere è essere spassionato»
Il grande problema del mondo dei media oggi secondo Enrico Mentana direttore del Tg di La 7, è la credibilità. Perché «la rappresentazione della realtà non può essere visualizzazione», con «l'iperrealismo che nasconde il resto della scena». Ad esempio porta il caso di Avetrana, quando «si è costruito un reality su un fatto di sangue». Criterio seguito anche da quei «gangli vitali, le cattedrali dell'informazione che credevamo al riparo» da queste tentazioni, e che invece si sono adeguate «alla realtà commerciale». Ma l'anomalia «gigantesca» dell'Italia resta quella di un'informazione spesso «nata o adattata non alla necessità di informare ma a spiegare che Berlusconi ha ragione oppure che ha torto». Invece «la cosa che più mi appassiona nel mio mestriere è essere spassionato», dice Mentana, saper essere «mediatori credibili quando indichiamo quali sono le notizie del giorno e quanto pesano». Berlusconi? «È il dito e non la luna, la luna sono le ragazze senza valori che vanno da lui per portarsi a casa la paghetta».
Calabresi (La Stampa): «Guardarsi da spettacolarizzazione ed enfatizzazione»
Siamo giornalisti, riflette Mario Calabresi direttore de La Stampa «se abbiamo lo stomaco e la schiena per sopportare le pressioni. Si paga un prezzo per resistere. Ma lì sta il nucleo, la sfida della nostra professione». La spettacolarizzazione e l'enfatizzazione del particolare sono, secondo Calabresi, i pericoli dai quali guardarsi. Perché il rischio «è quello di perdere di vista le proporzioni» e quindi «non essere rappresentativi della realtà». Occorre perciò «saper indicare contesti e chiavi di lettura». Per farlo è fondamentale «saper scegliere e saper rinunciare tra la sovrabbondanza di notizie che la tecnologia e la digitalizzazione offrono». La bussola? Il trafiletto della testata del New York Times: dare spazio a «tutte le notizie che vale la pena pubblicare».

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